STORIE DI ORDINARIA FOLLIE DELLE CAVE APUANE

Premessa

La storia delle cave delle Apuane è  una storia di mistificazione e distruzione . Mistificazione perché quando si parla di cave si fa sempre appello all’immaginario collettivo delle opere di Michelangelo, alla tradizione dei laboratori artistici di marmi per distrarre dalla progressiva distruzione delle montagne. Dall’antichità al 1990  si stima siano state scavate 500.000 tonnellate di marmo, dal 1990 ad oggi si parla di 30 milioni di tonnellate, mediamente 1 milione l’anno. In questi ultimi anni si è arrivati a 5 milioni di tonnellate l’anno e solo 50.000 sono di statuario. La gran parte del marmo scavato è destinato alla produzione di rivestimenti e pavimenti di centri commerciali negli Emirati Arabi ed in Cina e di carbonato di calcio che finisce nei formaggi, nel pane, così come nella carta e ancora nell’edilizia.

Coltivare la distruzione

Sì perché le cave si “coltivano” e purtroppo nelle cave non cresce nulla ad eccezione della distruzione. Si distruggono crinali che dovrebbero essere tutelati per legge, si distruggono e si inquinano Falde Acquifere, si distrugge Biodiversità e Paesaggio, si distrugge storia e identità di intere Comunità e la loro economia, minando la nascita di attività economiche diverse dall’escavazione ed assai meno impattanti.

Insostenibilità Economica e Sociale

Ogni tentativo di mediazione mirato a ridurre il crescente degrado è andato puntualmente tradito in nome dell’occupazione e di criteri  esclusivamente produttivi/estrattivi che arricchiscono pochi soggetti a danno dei più. Non è un caso, infatti, se i Comuni che ospitano le cave non sono i più ricchi della Toscana, come dovrebbe invece essere, visti i fatturati delle aziende estrattive. A Carrara, città simbolo delle cave la disoccupazione è il doppio del valore medio regionale ed il triplo di quello nazionale.

Questo avviene perché nell’estrazione di un blocco, mediamente, i costi sostenuti dalla Comunità (o esternalità) sono superiori di un fattore dieci ai costi di aziendali.

In un lavoro svolto nel 2006, con fondi della Regione Toscana, è stato  stimato che l’estrazione di una tonnellata di marmo costasse all’azienda € 15 in tasse, stipendi materiali e strumenti, con un valore aggiunto di € 26 ed un guadagno netto di € 11 (prima del trasporto del blocco a valle). Per la collettività, la stessa tonnellata di marmo costava circa € 170, quindi con una perdita netta di € 155 (tenuto conto che le voci in uscita per l’azienda – stipendi, tasse, acquisti, ecc. – sono voci in entrata per la collettività). L’estrazione di 5.000.000 di ton/ anno comporta per le aziende un guadagno netto di 55.000.000 di €, per la collettività una perdita altrettanto netta di 775. 000.000 di € che non è possibile ripagare. Una perdita diffusa poco percepita che permette a pochi di decidere per i più. Una situazione che genera disagio sociale, malgoverno e situazioni di illecito. Le prescrizioni impartite per evitare abusi e squilibri non vengono osservate diventando “fatto compiuto” con la pretesa di poter andare oltre il lecito senza fine. Su 60 cave presenti nel Parco delle Apuane 40 sono in infrazione e 30 segnalate alla procura. Illecito che è all’origine dei fatti alluvionale del Carrione,  4 dal 2003 al 2014

 

Insostenibilità Ambientale

Le Apuane ospitano 3000 specie di Flora che rappresentano il 50% della Flora presente in tutta Italia, di queste alcune centinaia sono endemiche, presenti in ambienti particolari spesso distrutti dalle cave. Un ricchezza di Biodiversità che ha portato all’istituzione del Parco delle Apuane, del Geoparco dell’UNESCO,  di aree di protezione della Rete Natura 2000 Rete dei ZCS/ex SIC e della ZPS ad oggi ancora prive dei piani di gestione per cui è impossibile misurare la perdita di biodiversità, dove ci sono aree di sovrapposizione tra queste e la reale area estrattiva. Cosa che si è risolta contraendo l’area protetta invece dell’area estrattiva e portando l’estrazione/ coltivazione in galleria, senza preoccuparsi delle intercettazioni delle vene d’acqua aggiungendo danno a danno. Così si assiste a una ”rete” frammentata dalle Aree Contigue di Cava che non corrisponde alla caratteristiche scientifiche di tutela dell’ambiente, vegetazione, animali e uccelli  violando un principio fondamentale della stessa Rete: la continuità. Con l’approvazione del piano del Parco (del. Consiglio direttivo 21/2016) è stata modificata la perimetrazione: a vantaggio delle cave per riparare  errori “materiali” di geologi poco avveduti a svantaggio dell’area Parco fatto ribadito nella delibera  dello stesso Consiglio 50/2018. Per avvantaggiare l’attività estrattiva non si esita ad usare come strumento neanche i recuperi ambientali dei siti dismessi così si intervenire sui ravaneti stabilizzati negli anni al fine di prelevare ulteriore materiale dall’ambiente, distruggere biocenosi assestate e creare nuove forme di degrado.

 

Danni che non solo coinvolgono la Biodiversità ma anche una risorsa preziosa come l’Acqua  con la devastazione di suolo e sottosuolo che provoca inaridimento creato dall’allontanamento delle acque intercettate e dall’alterazione delle cavità carsiche e problematiche legate alla stabilità dei versanti. Ne è un esempio la Focolaccia (comune di Minucciano) situata a 1650 metri, a ridosso di un crinale, sovrastante il complesso carsico di Carcaraia, molto esteso, con gli abissi più profondi d’Italia, capace di assorbire fino al 90% delle precipitazioni (Francesco Mantelli, ARPAT Toscana), che vanno ad alimentare le sorgenti di Equi (comune di Fivizzano) e del Frigido (comune di Massa, la più potente sorgente idropotabile della Toscana grazie alla sua portata media annua di 1500 l/s). Una cava che continua la sua attività perchè  la Regione ha dato deroga al Comune di Minucciano a fare ciò che vuole, contrariamente a quanto stabilito dalle Leggi, dal PIT e dalla Costituzione (art. 9 – http://lexambiente.it/materie/beni-ambientali/49-consiglio-di-stato49/10484-beni-ambientaliil-paesaggio-rappresenta-un-bene-primario-ed-assoluto-prevalente-rispetto-a-qualunque-altro-interesse.html). E non è l’unico esempio, nel 2006 l’Henraux, in seguito all’inchiesta sulle Cervaiole, ottenne, in  deroga alla legge nazionale di  tutela delle cime, di demolire Picco Falcovaia, firmando un protocollo d’intesa con i Comuni di Seravezza e di Stazzema, il Presidente dell’Ente Parco delle Apuane, i rappresentanti della RSU Aziendale e delle OO:SS CGIL e FLLEA della Provincia di Lucca. Il Protocollo approvato dalla Giunta di Seravezza con delibera n.97 del   23.5.2006 non venne mai rispettato. Nel 2019 il Comune di Seravezza ha approvato il Piano Estrattivo dell’azienda ignorando quando previsto dal protocollo nonostante l’ammissione della stessa azienda di non aver rispettato le percentuali  minime previste dal Piano Regionale Cave, delle quantità di Blocchi e di Scaglie in rapporto al materiale scavato, per 10 anni dal 2007 al 2017.

 

Nel Piano di Tutela delle Acque della Toscana (PTA), si riporta che esiste “Inquinamento e torbidità delle sorgenti carsiche captate ad uso idropotabile, connesso con l’attività estrattiva”.  Il Piano segnala inquinamenti diffusi in particolare sui torrenti Frigido, Carrione e Versilia, riconducibili sostanzialmente ai reflui di lavorazione provenienti dall’attività estrattiva e dalla lavorazione delle pietre ornamentali, oltre che ai reflui fognari. Sono segnalati livelli significativi di marmettola anche nei torrenti Serra e Vezza.

Il dissesto idrogeologico riguarda particolarmente due aspetti: gli apporti solidi agli alvei (provenienti dai ravaneti) e la canalizzazione delle acque (conseguente soprattutto all’occupazione degli alvei da parte delle strade montane).

Il primo aspetto può essere così descritto telegraficamente: mentre i vecchi ravaneti (di sole scaglie senza terre) assorbono acqua riducendo il rischio alluvionale, i nuovi ravaneti (ricchi di marmettola e terre) aumentano il rischio d’inquinare le acque superficiali e sotterranee. Inoltre, aggravano il rischio alluvionale in due modi: 1) riducendo la permeabilità e quindi la funzione di “spugna” dei vecchi ravaneti (assorbimento di acque piovane che, rilasciate lentamente in seguito). 2) Riducendo la capacità idraulica degli alvei con l’apporto di detriti.

Il secondo aspetto concerne la canalizzazione delle acque conseguente all’occupazione degli alvei da parte delle strade montane, sia essa parziale o totale. Le canalizzazioni e le strade negli alvei accelerano i deflussi e riducono la frequenza d’esondazione laddove arrecherebbe pochi danni (per la pochezza dei beni esposti nel territorio montano). Mentre aumentano i picchi di piena che transitano nei centri abitati, aumentando il rischio alluvione. L’alluvione, di Cardoso, del 19 giugno del 1996 è un ricordo ancora vivo.